I videogiochi e l’interattività della cultura

I videogiochi, ancora troppo spesso screditati e guardati con sufficienza, sono diventati parte integrante della vita di miliardi di persone che, attraverso i più disparati device, alimentano un’industria che ormai ha superato i 300 miliardi di dollari di valore.

Un significato economico impressionante che in qualche modo perde d’importanza se paragonato al valore culturale che hanno assunto, soprattutto per le nuove generazioni, nel loro processo di sostituzione del mezzo televisivo e di assimilazione a quello cinematografico e letterario.

Le grandi saghe videoludiche esprimono, in maniera contemporanea, il bisogno di raccontare e di immergersi in una narrazione, i multiplayer online di varia natura hanno in parte sostituito le piazze (o le chat di inizio secolo) come luoghi d’incontro così come videogiochi più semplici e immediati sono diventati lo svago preferito nei momenti morti di chiunque sia in possesso di uno smartphone.

Le tecnologie sempre più performanti e lo sviluppo di meccanismi sempre più innovativi e coinvolgenti hanno trasformato il settore e modificato il target di riferimento diventando un fenomeno trasversale e impattante.

L’avvento della realtà virtuale, dei metaversi, dei play to earn e degli eSport modificherà ancora un universo fatto di aziende indipendenti e di colossi dei mercati internazionali, accrescendo allo stesso tempo l’influenza sulla cultura di massa dei videogiochi così come dei prodotti e delle opere sottostanti.

Tra opere originali, titoli che si aggiornano anno dopo anno, remake, sequel e spin off, l’industria permette una varietà di modi di esprimersi difficilmente riscontrabili altrove e alimenta un’economia parallela dalle dimensioni considerevoli.

Come per la letteratura e per il cinema, il bisogno dell’essere umano di scoprire e essere immerso in mondi alternativi, più o meno simili a quello reale, ha reso il videogioco uno strumento d’intrattenimento fondamentale con una capacità d’influenza culturale paragonabile a quella dei suoi fratelli maggiori.

Il caso Final Fantasy 7: uno dei più grandi capolavori videoludici di tutti i tempi

Se si parla di videogiochi influenti per l’industria e per i fan non si può non fare un salto indietro nel tempo per parlare di Final Fantasy 7 e delle tante caratteristiche che l’hanno reso una pietra miliare del settore.

L’imminente uscita del secondo capitolo del remake è un’occasione per tornare a parlare dell’originale, per analizzarne la grandezza, per spingere i meno vecchi a riscoprirlo e giocarlo nonostante la vetustà e, soprattutto, per comprendere, utilizzandolo come esempio, l’importanza dei videogiochi nel panorama artistico e culturale del ventunesimo secolo.

Era il 1997, al cinema usciva “Titanic”, il Millennium Bug diventava una questione internazionale e la prima Playstation dominava un mercato dei videogiochi che cominciava ad uscire fuori dalle sue nicchie di nerd per assumere i contorni di un fenomeno di massa.

Mentre la globalizzazione sfondava le ultime barriere e la rete Internet si apprestava ad entrare prepotentemente nelle vite di tutti, la Square presentava la settima incarnazione della saga di Final Fantasy, che, sebbene già estremamente importante in Giappone, aveva faticato fino a quel momento a trovare un vero mercato di riferimento in occidente.

Il mondo dei videogiochi era estremamente diverso da quello che conosciamo oggi, così come era diversa la modalità di fruizione delle opere, costruite prevalentemente per le modalità a giocatore singolo e basate su storie avvincenti e su sistemi di gioco ancora arcaici e limitati dalle tecnologie del tempo.

La prima Playstation e l’avvento di PC più performanti stuzzicava la creatività dei grandi player del settore che cominciavano a intravedere la possibilità di elevare l’industria videoludica in una nuova incarnazione della cultura pop, al pari della musica, del cinema e del fumetto.

Final Fantasy 7 è un videogioco di ruolo con ambientazione cyberpunk in un openworld capace di garantire una longevità di gioco enorme e di nascondere segreti e misteri all’interno di una mappa dalle dimensioni impressionanti per gli standard del tempo.

Il suo sistema di combattimento a turni è ben conosciuto da tutti gli appassionati di giochi di ruolo digitali e cartacei mentre l’idea dei personaggi disegnati con uno stile superdeformed è rimasto un emblema del titolo, caratterizzandolo e smorzando, insieme ad alcuni eventi e momenti del gioco, il tono serio delle vicende narrate in un racconto epico e complicato.

La trama e la storia di Final Fantasy 7 sono infatti i suoi grandi punti di forza: intense, profonde, a suo modo impegnate e ricche di colpi di scena, sono a tutti gli effetti quelle di un romanzo interattivo, in grado di appassionare, coinvolgere, commuovere ed esaltare.

Le vicende del gioco hanno inizio con l’assalto a un reattore energetico da parte di un commando terroristico che si fa chiamare AVALANCHE.

Alla missione partecipa anche Cloud Strife, mercenario assoldato dai guerriglieri e con un passato nelle milizie della Shinra, multinazionale dall’egemonico potere politico e primo obiettivo del gruppo armato.

Da quel primo incontro si viene catapultati in un’avventura infinita e in un mondo fatto tanto di magia quanto di una tecnologia futuristica e ingombrante, tra amicizie indimenticabili, nemici sanguinari e sconvolgenti scoperte.

Il filone narrativo principale è costellato di storie secondarie, piccoli personaggi caratteristici che aiutano a descrivere il mondo della narrazione, tanto vario quanto coerente e complesso.

Proprio la complessità della trama, la profondità e il carisma dei personaggi e l’eterogeneità di toni e situazioni hanno elevato Final Fantasy 7 a fenomeno di culto capace di sconfiggere il tempo e rimanere nel cuore di chiunque lo abbia giocato.

Insieme a protagonisti che sanno legarsi tra loro in un concerto straordinario, l’opera della Square ha presentato un antagonista d’eccezione, magnetico, sofferente, spietato e determinato.

Sephiroth è un cattivo perfetto, distante dal mondo in cui vive, arrabbiato, idealista: un modello per ogni villain ben costruito che sappia esprimere il suo punto di vista e prendersi il palcoscenico affiancando e dando un senso ai protagonisti senza risultare una macchietta di malvagità insensata o fine a se stessa.

Altro punto di forza del titolo è stato l’enorme presenza di segreti sparsi nella mappa di gioco in grado di incuriosire il pubblico tanto da alimentare discussioni aperte ancora oggi e leggende metropolitane che periodicamente tornano in voga.

Una regia curata nei minimi dettagli e una colonna sonora d’eccezione hanno completato un quadro d’autore incorniciandolo alla perfezione.

Tutti questi elementi hanno fatto di Final Fantasy 7 un titolo imperdibile, che ha definito nuovi standard e che ha alzato l’asticella inesorabilmente, mettendo in risalto le enormi potenzialità di un mezzo troppo spesso bistrattato e tacciato di qualunque male.

Una potenzialità che si era già in parte espressa e che sarebbe stata valorizzata negli anni seguenti, certamente grazie agli sviluppi tecnici del settore informatico, ma anche a seguito di una presa di coscienza da parte di produttori, sviluppatori, creativi e utenti finali.

Pitture rupestri, semplici e indelebili

Quello di Final Fantasy 7 è solo un clamoroso esempio di come i videogiochi possano entrare prepotentemente nella cultura di massa, riuscendo spesso a scavalcare la barriera del proprio media di riferimento o a creare tutta una serie di sequel e spin off, allargando i propri mondi per raccontare sempre di più e in modi sempre più diversi.

Tornando indietro nella storia non si può non ricordare l’impatto gigantesco di una moltitudine di videogiochi che sono riusciti a entrare nell’immaginario collettivo nonostante, magari, una struttura ancora elementare, limitata e limitante: a partire dall’iconico Pac-Man, passando per Super Mario Bros e fino ad arrivare ai vari Monkey Island, non è difficile trovare titoli e personaggi che hanno accompagnato le vite degli appassionati comparendo su t-shirt al pari delle rockstar e ricevendo le attenzioni delle stesse rockstar che li hanno citati nei loro pezzi e che, probabilmente, hanno sviluppato la propria creatività anche partendo da essi.

Il personaggio di Mario e il suo universo, per portare un altro celeberrimo esempio, si sono espansi ed evoluti dal momento della loro prima apparizione diventando fenomeni transmediali e riuscendo a rimanere attuali e amati tanto da chi era ragazzino nel 1985, anno di uscita del primo Super Mario Bros., quanto dai bambini nati nell’ultimo decennio che hanno potuto vivere le sue avventure e le sue incarnazioni più recenti.

Un media che sa interconnettersi o costruire da sé

Negli anni i videogiochi hanno ispirato il mondo del cinema uscendo dal proprio recinto, e al pari del fumetto hanno guadagnato rispetto e credibilità, aumentando a dismisura il proprio impatto e alimentando una crescita esponenziale in termini di complessità e fascino e assumendo il ruolo di una delle più grandi e prolifiche industrie del nostro secolo.

Proprio come il celebre Mario, altri personaggi dei videogiochi sono diventati stelle del cinema con alterne fortune:  non si possono scordare le interpretazioni su celluloide di Lara Croft di Tomb Raider o  dei protagonisti di Mortal Kombat.

Allo stesso modo, la saga di Resident Evil così come quella di Uncharted sono passate al grande schermo sfruttando la propria natura cinematica come hanno fatto gli universi Marvel e DC, ingigantendo i propri brand senza snaturarsi troppo, così come i vari Silent Hill e Metal Gear Solid hanno saputo prendere dal cinema per sostituirlo nelle esperienze di narrazione horror e di spionaggio aggiungendo un grado di interazione impossibile da raggiungere per il mezzo cinematografico.

L’impatto che i videogiochi hanno avuto sulla società sono però molto più importanti di qualche apparizione nei multisala o nei cataloghi delle piattaforme streaming.

I grandi nomi dell’industria videoludica sono ormai considerati alla stregua di registi, sceneggiatori e scrittori: Hideo Kojima, Neil Druckmann o Sid Meier, solo per citare alcuni nomi, sono delle vere e proprie rockstar seguite e amate per la loro capacità di scrivere storie o di costruire sistemi di gioco immersivi e innovativi.

Ci sono poi videogiochi che hanno cambiato il modo di parlare e costruito da zero nuovi immaginari.
Si pensi al controverso GTA e a tutte le sue incarnazioni o al caso più recente di un titolo come Fortnite, catalizzatore di un’esperienza di gioco e di socialità completamente inesplorate prima.

Sono giochi che hanno saputo mescolare più generi o rinnovarli adeguando il ritmo e le tematiche a un pubblico sempre più esigente, preparato nei confronti del mezzo e pronto a sperimentare.

Una nuova frontiera per l’arte e per il lavoro

Sperimentatori sono stati senza dubbio i primi streamer che hanno fatto del loro essere videogiocatori un mestiere, trasformando le proprie sessioni di gioco in oggetto d’intrattenimento, nella più improbabile delle metanarrazioni.

Un esercito di giovanissimi e accaniti videogiocatori che si sono messi in gioco, è il caso di dirlo, sfruttando una passione che il mondo non riusciva a comprendere fino in fondo.

Negli ultimi anni, in maniera simile, gli eSport hanno assunto un ruolo sempre più di primo piano con la costituzione di tornei sempre più importanti, l’apparizione nei palinsesti sportivi televisivi e addirittura una manifestazione pre-olimpica dedicata.

I team professionistici nascono e crescono all’ombra delle grandi organizzazioni sportive o in maniera indipendente, ampliando un movimento sempre più organizzato e variegato e attraendo sponsor pronti a tuffarsi in un mercato nuovo e che promette ritorni da capogiro.

Una straordinaria rivoluzione culturale

Una cosa ormai appare certa: i videogiochi sono qui per restare e per diventare un’industria sempre più grande, importante e inclusiva.

Le innovazioni legate alla realtà virtuale, al metaverso e alle interconnessioni fra vari prodotti e ai meccanismi di play to earn promettono di sconvolgere ancora un mercato in continua evoluzione in grado di cambiare a una velocità a cui è necessario tenere testa.

Perché già è successo di sottovalutare un mezzo di intrattenimento e di considerarlo alla stregua di spazzatura di serie b: è capitato con il cinema, con la musica popolare e con il fumetto, e in tutti questi casi si sono ritardati studi e analisi tanto interessanti quanto importanti per lo sviluppo di un mercato del lavoro nuovo e per la comprensione di nuovi stili artistici e di movimenti culturali all’avanguardia.

Sebbene ci si ritrovi già in ritardo di qualche anno, sarebbe fondamentale fare di tutto per non continuare a ripetere gli stessi errori e relegare quella dei videogiochi a una cultura di basso livello, adatta soltanto a nerd e adolescenti e non degna di essere compresa e sviluppata.

Siamo soltanto alla fase beta: ci sono ancora miliardi di universi da costruire ed esplorare.

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